Raccontare i dati in modo chiaro, comprensibile e visivamente efficace è diventata una competenza sempre più centrale per il giornalismo contemporaneo. E proprio a questo tema è stato dedicato il seminario formativo “Data Visualization: strumenti e tecniche per l’informazione”, organizzato a Palermo nell’ambito delle attività Istat Learning – Aula e Online. Un importante momento di formazione per giornalisti e addetti stampa culminato con l’intervento “Intelligenza artificiale e Data Journalism: un caso studio – SUN Short Units for Negotiated Judgment”, presentato da Biagio Semilia, presidente della Federazione editori digitali, che ha analizzato il rapporto tra intelligenza artificiale e giornalismo dei dati.
Il punto di vista dell’addetto stampa
Che cosa abbiamo imparato da questo momento di formazione? Prima di tutto che oggi il data journalism è ormai considerato una componente strutturale del giornalismo, soprattutto per la sua capacità di rendere verificabili e trasparenti fenomeni complessi attraverso l’analisi dei dati quantitativi.
Nato alla fine degli anni 90 e consolidatosi nel decennio successivo, il data journalism consiste nella raccolta, analisi, interpretazione e visualizzazione di dataset – spesso di grandi dimensioni – con l’obiettivo di individuare fenomeni rilevanti, verificarli e raccontarli in modo comprensibile al pubblico.
Negli ultimi anni il data journalism è diventato una componente stabile del sistema editoriale: bastino come esempio testate come La Repubblica e Corriere della Sera che hanno sviluppato desk e prodotti basati proprio sui dati.
La pandemia di COVID-19 ha poi segnato un passaggio cruciale: dashboard, curve e indicatori diventano strumenti quotidiani di informazione, contribuendo a rendere il data journalism centrale anche per il grande pubblico.
Dal dato grezzo all’angolo editoriale
Natualmente, ogni addetto ai lavori sa che nel flusso continuo di comunicati stampa, report e white paper, non è la quantità dei dati a fare la differenza, ma la loro capacità di diventare notizia. Oggi più che mai, la distanza tra una ricerca e la sua copertura mediatica si gioca su un passaggio cruciale: la costruzione narrativa.
Per questo, tra i primi step di una strategia di comunicazione non deve mai mancare l’analisi dei dati di cui l’azienda dispone.
Attenzione però: una ricerca, da sola, non è una notizia, ma è un punto di partenza. Per diventare notizia, deve rispondere a una domanda implicita che ogni redazione si pone: perché dovrebbe interessare ai lettori oggi?
Il primo passaggio è quindi l’individuazione dell’angolo editoriale. Non si tratta di riportare tutti i risultati, ma di selezionare il dato più rilevante, spesso quello:
- controintuitivo
- in crescita o in calo significativo
- legato a un cambiamento sociale in atto
Perché le aziende devono usare i propri dati

Ogni azienda, anche senza rendersene conto, raccoglie ogni giorno una quantità rilevante di informazioni: comportamenti degli utenti, preferenze, abitudini di consumo, pattern di utilizzo dei servizi.
Questi dati, se analizzati correttamente, non servono solo a ottimizzare il business, ma possono diventare uno strumento di comunicazione estremamente efficace.
Il punto chiave è questo:
i dati proprietari consentono di raccontare fenomeni reali, osservati direttamente sul campo. A differenza delle ricerche generiche, spesso già note o replicate, i dati interni:
- sono originali
- sono aggiornati
- riflettono comportamenti concreti, non dichiarati
Questo li rende particolarmente rilevanti per i media, che cercano evidenze nuove e credibili per raccontare trasformazioni sociali e tendenze di mercato.
L’azienda come “centro di osservazione”
Se strutturata correttamente, un’azienda può diventare un vero e proprio centro di osservazione privilegiato. Piattaforme educative, e-commerce, app digitali, servizi fintech o healthtech: tutti questi modelli intercettano quotidianamente micro-comportamenti che, aggregati, restituiscono una fotografia precisa della realtà.
Ad esempio:
- un servizio di formazione online può osservare come cambiano le modalità di studio
- una piattaforma edtech per famiglie può intercettare nuove esigenze educative
- un e-commerce può anticipare trend di consumo
In questo senso, l’azienda non si limita a offrire un prodotto o servizio, ma diventa un osservatore continuo di ciò che accade nella società. Ed è proprio questo passaggio a generare valore comunicativo:
dal dato operativo al dato culturale.
Il valore strategico della raccolta dati
Perché questo approccio funzioni, è però necessario un cambio di prospettiva. I dati non possono essere considerati solo uno strumento tecnico o interno, ma un patrimonio strategico da valorizzare nel tempo.
Fare “tesoro” dei dati significa:
- organizzarli in modo strutturato
- monitorarli con continuità
- leggerli in chiave evolutiva (trend, non singoli episodi)
- renderli accessibili anche ai team comunicazione e PR
Le aziende che seguono questI passaggio costruiscono un vantaggio competitivo: non devono inseguire le notizie, ma possono generarle.
Dati e autorevolezza: da brand a fonte

Quando un’azienda utilizza con continuità i propri dati per raccontare fenomeni, compie un salto di posizionamento. Non è più solo un soggetto che comunica, ma diventa una fonte.
Nel tempo, questo approccio:
- rafforza la credibilità
- facilita le relazioni con i media
- aumenta la probabilità di essere citati come riferimento
È la logica alla base di molti brand che oggi occupano uno spazio stabile nel dibattito pubblico: non parlano solo di sé, ma di ciò che osservano.
Dallo storytelling alla notizia
I dati spiegano cosa sta accadendo. Lo storytelling chiarisce perché quel fenomeno è di interesse. Senza una narrazione, anche il dato più interessante rischia di restare sterile. Lo storytelling, in questo contesto, non è decorativo ma funzionale:
- collega il dato a un comportamento reale
- inserisce il fenomeno in un trend più ampio
- rende il contenuto rilevante per il pubblico finale
Un errore comune è fermarsi al numero. Un passaggio in più consiste nel tradurlo in impatto:
cosa cambia nella vita delle persone, nelle scelte delle famiglie, nelle strategie delle aziende. Se poi al dato si aggiunge il punto di vista di un esperto o di un soggetto e/o un gruppo di soggetti che ha/hanno vissuto sulla propria pelle quei dati, lo storytelling si completa.
La nostra visione in PRB
Trasformare una ricerca in notizia significa operare una sintesi tra rigore scientifico e narrazione.
Ma soprattutto significa riconoscere che i dati già presenti in azienda non sono solo numeri: sono tracce di comportamenti, segnali di cambiamento, indicatori di ciò che sta accadendo.
Quando vengono letti e raccontati correttamente, permettono all’azienda di assumere un ruolo più ampio: non solo attore di mercato, ma osservatore autorevole dei fenomeni che lo attraversano.
Per questo uno dei primi step operativi del nostro team è proprio l’analisi dei dati disponibili: l’obiettivo è andare oltre i numeri per capire un fenomeno e tradurlo in notizia di interesse per un determinato target.
