Durante un corso di formazione professionale promosso dall’Ordine dei Giornalisti e dall’Ordine dei Medici del Piemonte, il nostro team italiano ha avuto modo di ascoltare l’intervento di Marco Accossato, storica firma del quotidiano La Stampa, su un tema centrale il per l’informazione contemporanea: come va raccontata la salute? La risposta è semplice: senza semplificazioni né distorsioni, tenendo insieme rigore scientifico e responsabilità narrativa. Ecco la sintesi dell’intervento per il nostro blog.
Dai sistemi alle persone: come raccontare la salute
Marco Accossato, storica firma de La Stampa che per decenni si è occupato di sanità e politiche della salute, ha fornito un interessante contributo: il titolo del suo intervento – “Comunicare i bisogni di salute: anziani e differenze di genere” – è già una dichiarazione di metodo: spostare lo sguardo dai sistemi alle persone, dai servizi ai bisogni reali.

Cosa deve chiedersi il giornalista prima di scrivere?
Accossato ha indicato tre domande che dovrebbero precedere ogni racconto giornalistico: che cosa sto raccontando? di chi sto parlando? chi resta fuori dal mio racconto? È in queste assenze, spesso, che si annidano le distorsioni dell’informazione.
Secondo il giornalista, il compito di chi scrive di salute non è limitarsi a riportare ciò che è misurabile, ma rendere visibile ciò che non lo è: le esperienze, le fragilità, le disuguaglianze. Per farlo, non bastano comunicati e statistiche. Serve presenza: girare negli ospedali, ascoltare pazienti e medici, raccogliere testimonianze dirette. Anche fenomeni noti – come le liste d’attesa interminabili – rischiano di restare astratti se raccontati solo attraverso numeri.
Indispensabile un linguaggio chiaro, inclusivo e privo di inutili tecnicismi
Un altro punto chiave riguarda il linguaggio. «Le parole che uso aiutano a capire il problema o servono solo a enfatizzarlo?», è la domanda che Accossato ha invitato a porsi. Un articolo di giornale, infatti, dovrebbe consentire al lettore di comprendere una situazione o addirittura riconoscersi in essa, senza mai togliere dignità alle persone coinvolte.
Questo vale in generale, ma diventa cruciale quando si parla di sanità e salute, ambiti che richiedono un linguaggio chiaro, rispettoso della complessità e non riduttivo. Da qui l’invito a parlare con le persone e non solo delle persone, spostando il punto di vista dall’offerta – ospedali, reparti, interventi, numeri – al bisogno reale del cittadino. Raccontare solo il sistema significa, spesso, perdere una parte essenziale della realtà.
Dati, volti e contesto in perfetto equilibrio
Nel racconto giornalistico, ha sottolineato Accossato, ogni numero dovrebbe avere un volto e ogni storia un contesto. È nell’equilibrio tra dati e narrazione che l’informazione prende forma: i dati danno peso e credibilità, le storie rendono il problema comprensibile, il contesto evita la distorsione e tutela l’obiettività.
La sintesi finale è affidata a una frase che riassume il senso del mestiere, soprattutto su temi complessi come la sanità: «Una storia senza contesto è solo emozione, un dato senza storia è solo astrazione. Tenere insieme le due cose è il cuore del giornalismo».
Le nostre considerazioni come addetti ai lavori
Le riflessioni emerse durante l’intervento del collega chiamano in causa anche il lavoro di chi opera negli uffici stampa, soprattutto in ambito sanitario e scientifico. Rispettare le esigenze del giornalista significa, prima di tutto, non limitarsi a fornire dati, numeri o dichiarazioni autoreferenziali, ma offrire chiavi di lettura utili a comprendere il fenomeno.
Un buon ufficio stampa dovrebbe facilitare l’accesso ai contesti, mettere a disposizione fonti competenti e disponibili al confronto, suggerire storie reali senza forzarle e indicare con chiarezza i limiti dei dati diffusi. Tradurre la complessità senza semplificarla, segnalare i bisogni a cui quei numeri rimandano e lasciare spazio alle domande – anche scomode – significa costruire un rapporto basato sulla fiducia e sulla qualità dell’informazione. In questo senso, il lavoro dell’ufficio stampa non è quello di “controllare” il racconto, ma di renderlo possibile e più accurato, nel rispetto del ruolo e dell’autonomia del giornalista.
E voi cosa ne pensate?
