Pint of Science e la sfida di comunicare la ricerca fuori dall’università

Portare la scienza nei pub, trasformare il ricercatore in una persona con cui parlare davanti a una birra, creare fiducia attraverso il dialogo diretto. È questa l’idea alla base di Pint of Science, il format internazionale che dal 2015 porta la ricerca fuori dagli spazi accademici e dentro la quotidianità delle città italiane.

Nell’edizione 2026 il festival ha coinvolto 28 città e centinaia di ricercatori, ma il dato più interessante riguarda forse il cambiamento culturale che il progetto racconta: oggi la comunicazione scientifica non è più considerata un’attività accessoria, ma parte integrante del lavoro di ricerca.

A spiegarlo è Arianna Massaro (in foto), coordinatrice nazionale dell’edizione italiana del festival, che individua proprio nella relazione diretta tra scienza e pubblico il principale elemento di forza del progetto.

La forza della comunicazione informale

Secondo Massaro, il successo di Pint of Science nasce da una scelta precisa: eliminare le barriere tradizionali della divulgazione scientifica. Niente sale conferenze, niente linguaggio accademico, niente distanza tra relatore e pubblico.

«Non abbiamo introdotto nulla di complicato. Abbiamo semplicemente tolto le barriere», spiega. Nei pub, aggiunge, il pubblico interrompe, fa domande, cambia direzione alla conversazione. E proprio questo contesto informale abbassa le difese sia di chi ascolta sia di chi racconta la ricerca.

Il modello funziona in particolare in Italia, dove convivono una forte curiosità culturale e una certa diffidenza verso l’istituzione scientifica. Pint of Science ribalta il paradigma tradizionale: non è il cittadino che entra nell’università, ma il ricercatore che incontra il pubblico nei luoghi della vita quotidiana.

È un passaggio centrale per chi si occupa di comunicazione della scienza: la credibilità non si costruisce soltanto attraverso i contenuti, ma anche attraverso il contesto e il tono della relazione.

Tradurre la complessità senza banalizzarla

Uno dei temi più delicati nella divulgazione scientifica riguarda il linguaggio. Come rendere accessibili argomenti complessi senza impoverirli?

Massaro distingue in modo netto tra semplificazione e traduzione. «Semplificare significa togliere complessità; tradurre significa trovare il linguaggio giusto per comunicare la complessità».

È una differenza cruciale anche per chi lavora nella comunicazione corporate, istituzionale o giornalistica legata ai temi scientifici. La divulgazione efficace non rinuncia alla precisione dei dati, ma costruisce ponti cognitivi che permettono al pubblico di orientarsi.

Per questo, nel processo di selezione dei relatori, Pint of Science non valuta soltanto la qualità della ricerca, ma anche la disponibilità a raccontarla in modo comprensibile e dialogico. «Non basta essere bravi a fare ricerca», osserva Massaro, «bisogna essere disposti a spiegarla a qualcuno che non sa niente del tuo campo».

Dal trasferimento di nozioni alla costruzione di fiducia

Negli ultimi anni il rapporto tra scienziati e pubblico è cambiato profondamente. Se all’inizio molti ricercatori guardavano con diffidenza alle attività di divulgazione, oggi — racconta Massaro — esistono addirittura liste d’attesa di studiosi che vogliono partecipare al festival.

Il cambiamento riguarda anche il pubblico. L’interesse non si concentra soltanto sui contenuti scientifici, ma sulla possibilità di interagire direttamente con chi fa ricerca. Domande semplici come “ma davvero funziona così?” o “come ci siete arrivati?” diventano strumenti di avvicinamento alla scienza.

In un contesto segnato dalla circolazione di disinformazione e contenuti superficiali, questo approccio produce un effetto importante: umanizza il ricercatore e rende più comprensibile il metodo scientifico.

Massaro cita esempi concreti di persone che, dopo aver partecipato agli incontri, hanno modificato la propria percezione su temi come OGM o chimica. «La divulgazione fatta così non trasferisce solo nozioni, insegna uno spirito critico».

Per chi si occupa di comunicazione della scienza, è forse questo il punto centrale: il valore non sta soltanto nella diffusione di informazioni corrette, ma nella capacità di costruire competenze critiche e relazioni di fiducia durature.

La scienza come conversazione pubblica

Massaro rifiuta l’idea di presentare Pint of Science come un semplice “antidoto alle fake news”. Il festival, sottolinea, non nasce come operazione di fact checking, ma come spazio di incontro volontario tra cittadini e ricercatori.

Ed è proprio questa dimensione relazionale a fare la differenza. «La disinformazione prospera nel vuoto di relazione», osserva. Quando la scienza appare distante e astratta, cresce la sfiducia; quando invece diventa una conversazione accessibile e umana, si crea terreno fertile per un dialogo più consapevole.

La misura del successo, conclude Massaro, non è tanto la viralità sui social quanto il passaparola quotidiano: persone che tornano a casa e raccontano ciò che hanno ascoltato durante una serata al pub.

In un ecosistema mediatico dominato dalla velocità, Pint of Science suggerisce una lezione utile anche per il mondo della comunicazione: la fiducia non nasce da slogan o campagne istantanee, ma da relazioni costruite nel tempo, conversazione dopo conversazione.